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Mendelssohn: Concerto per violino in mi minore op. 64

Il concerto per violino in mi minore op. 64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy è a buona ragione considerato il  primo grande concerto romantico della storia, ed uno dei capolavori della letteratura violinistica di ogni tempo. Scritto per ed in collaborazione con l’amico Ferdinand David, concertmeister dell’orchestra del Gewandhaus di Lipsia (al tempo diretta dallo stesso Mendelssohn), il concerto fu eseguito per la prima volta nel 1845, un anno dopo la scoperta da parte del compositore, del concerto per violino di Beethoven, da decenni dimenticato. La presunta influenza del colosso in re maggiore del 1806 sul più recente concerto in mi minore è oggetto di discussione. Di certo Mendelssohn fece per la prima volta menzione della volontà di comporre il  brano nel 1838, sei anni prima della data di esecuzione. Considerati i ritmi compositivi di Mendelssohn, si tratta di un intervallo di tempo piuttosto ingente, e le ragioni di tale stasi vanno probabilmente ricercate nei numerosi impegni del compositore e direttore d’orchestra in quegli anni, durante i quali scriveva contemporaneamente la sua terza sinfonia e svolgeva un’intensa attività concertistica ed amministrativa. Considerando che il concerto in mi minore è in realtà l’ultimo lavoro orchestrale del compositore, scritto due anni prima della sua morte, è  possibile ipotizzare che  le precarie condizioni di salute gli abbiano impedito di dedicarsi assiduamente alla composizione. A riprova di ciò, durante la prima Mendelssohn non poté dirigere per problemi di salute, e ad accompagnare al violino Ferdinand David provvide il danese Niels Gade.  Il concerto venne finalmente diretto dal suo creatore circa sei mesi dopo, il 25 ottobre 1845, con al violino lo stesso David. Dalle cronache del tempo deduciamo che la seconda esecuzione irretì un successo molto più consistente della prima.

Sebbene l’organico orchestrale previsto risulti particolarmente tradizionale, il concerto risulta certamente innovativo. I primi due movimenti sono collegati tra loro, e per quanto la tradizione musicologica attribuisca a questa scelta motivazioni extra-compositive – sembra infatti che l’autore fosse particolarmente disturbato dall’usanza ottocentesca di applaudire tra i movimenti di una composizione, e pensasse perciò con la continuità del brano di evitare la turpe consuetudine – probabilmente la ragione di tale indirizzo artistico consistette invece nella  volontà dell’autore di portare alle estreme conseguenze il concetto di ciclicità compositiva.  Ciò è peraltro confermato dagli stretti legami che intercorrono tra tutto il materiale tematico del concerto.

Altra innovazione, l’abolizione delle “battute d’aspetto” introduttive lungo tutti e tre i movimenti. Mendelssohn rinuncia quindi all’atmosfera creata da una possibile introduzione orchestrale facendo entrare il violino già alla seconda battuta. La bellezza lirica del tema iniziale in mi minore esposto dal solista colpisce da subito lo spettatore e giustifica ampiamente l’assenza di un’apertura orchestrale. Infine, il concerto è il primo della storia a presentare una cadenza scritta appositamente dal suo compositore, inserita per altro in posizione insolita, tra lo sviluppo e la ripresa invece che dopo la ripresa e subito prima della coda. Ricordiamo che la prassi settecentesca e primo-ottocentesca prevedeva l’improvvisazione delle cadenze da parte degli esecutori.

Molte delle innovazioni proposte dal brano di Mendelssohn furono assorbite dai concerti romantici successivi di J. Sibelius, P. I. Čajkovskij e soprattutto M. Bruch.

Essendo stato scritto consultando un violinista professionista, il concerto di Mendelssohn risulta particolarmente “violinistico”, composto cioè rispettando le possibilità dello strumento ed ottenendo il massimo effetto da tecniche relativamente agevoli. Sull’esempio di Mendelssohn, J. Brahms anni dopo consulterà J. Joachim per la stesura del suo concerto in re maggiore, per quanto i risultati non abbiano raggiunto il medesimo livello di comodità esecutiva, a detta di grandi violinisti quali H. Wienawsky e P. de Sarasate.

Ad ogni modo nel 1906 Joachim scrisse:

I Tedeschi possiedono quattro concerti per violino. Il più grande ed intransigente è quello di Beethoven. Il concerto di Brahms gareggia con esso in profondità. Il più ricco, seducente, è stato scritto da Max Bruch, ma il più introspettivo, gioiello del cuore, è il concerto di Mendelssohn.

 

Analisi

Primo movimento

Si tratta di una forma sonata piuttosto classica, le cui uniche particolarità come già detto risiedono nella posizione della cadenza e nell’ordine d’esposizione dei gruppi tematici. Infatti, a differenza dei concerti classici, il primo tema in mi minore è esposto dal solista e ripreso dall’orchestra dopo una serie di scale ed arpeggi virtuosistici del violino, i quali contemplano l’uso di ottave e terzine in velocità.

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Figura 20: Entrata del violino alla seconda battuta

Il ponte modulante, caratterizzato da un semplice arpeggio ricco di appoggiature cromatiche inferiori, attraverso una serie di funamboleschi contrappunti solistici conduce alla dominante di sol maggiore e quindi al secondo tema sulla tonica della stessa tonalità. La prima volta l’idea tematica, dal carattere intimo, è esposta dai legni e sostenuta da un pedale di sol grave del violino, la seconda volta è invece ripresa dal solista ed accompagnata dai legni. Si giunge quindi allo sviluppo, nel quale Mendelssohn fonde elementi del primo tema, del secondo e del ponte modulante, creando una scrittura violinistica di rara bellezza. Il tutto converge dunque nella cadenza, notevole per l’utilizzo degli arpeggi in ricochet, introdotti anni prima da Paganini, che accompagnano la ripresa del primo gruppo tematico ad opera dell’orchestra.

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Figura 21: Arpeggi in ricochet

Segue quindi il ponte modulante, variato in modo da condurre alla dominante e poi alla tonica di mi maggiore, tonalità nella quale è trasportato il secondo tema, che viene eseguito come nell’esposizione prima dai legni e poi dal violino solista. Infine, mediante un’assai efficace transizione modale, si ritorna alla tonalità di impianto di mi minore per la lunga e virtuosistica coda finale.

Secondo movimento

Il si centrale del fagotto rimane legato per non spezzare il primo dal secondo movimento. La nota sale di semitono diatonico conducendo di fatto ad una transizione melodica a do maggiore, tonalità d’impianto, subito confermata da una serie di passaggi cromatici di wagneriana reminiscenza. Formalmente si tratta di una romanza senza parole dallo schema ABA’, genere musicale del quale Mendelssohn è stato sicuramente il massimo esponente. La prima e l’ultima sezione in do maggiore presentano un carattere spiccatamente lirico e slanciato melodicamente, mentre la parte centrale, in la minore, è caratterizzata da una maggiore staticità intervallare oltre che dall’uso del tremolo, che permette al violino solista di suonare contemporaneamente la melodia e l’accompagnamento della stessa.

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Figura 22: Uso solistico del tremolo

Dopo la ripresa della sezione A’ si arriva alla coda, ed a conclusione di quest’ultima, ad un allegretto transitorio di quattordici battute, nelle quali il violino solista è accompagnato dai soli archi. Il materiale tematico è visibilmente derivato dalla sezione B, e le corone alla fine delle semifrasi ricordano i corali luterani tedeschi, tanto cari a Mendelssohn, che convertitosi insieme alla sua famiglia alla religione protestante, ne abbracciò il culto con fervore (senza tuttavia mai rinnegare le sue origini ebraiche).

Terzo movimento

Di sicuro il più virtuosistico dei tre movimenti, l’allegro molto vivace, dal carattere festoso e frizzante, presenta notevoli difficoltà tecniche: passaggi sulla quarta corda, detaché di più note in velocità, picchettati volanti fino a quattordici note (eredità di Nicolò Paganini), arpeggi in ricochet e scale di più ottave eseguite a grande velocità. La forma utilizzata è una particolare variante del rondò-sonata, che invece di presentarsi nel consueto schema ABACABA, mostra una struttura di tipo ABCABAD. Analizzando dal principio: una fanfara di trombe introduce la sezione iniziale A, nella tonalità d’impianto di mi maggiore. Si tratta di un’idea tematica legata-picchettata di crome e semicrome, variata in seguito dal violino solista.

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Figura 23: Tema principale della sezione A

Segue la porzione B, in si maggiore, che espone un tema dal ritmo puntato continuando però a citare il materiale della sezione precedente. A questo punto, la tradizione prevedrebbe la ripetizione di A nella tonalità d’impianto, ma Mendelssohn passa invece direttamente allo sviluppo, citando il primo tema, proposto in sol anziché in mi maggiore.

Estintosi il breve sviluppo si arriva convenzionalmente alla ripresa nella tonalità d’impianto, che propone sostanzialmente lo stesso materiale iniziale, arricchito però da una serie di trovate musicali di grande eleganza, come la melodia degli archi che accompagna e contrappunta il primo tema. Una serie di trilli introduce infine un’insolitamente lunga coda finale nella quale il solista si prodiga in ribattuti in velocità, sequenze basso-accordo di salto e bicordi di non facile esecuzione.


SUGGERIMENTI PER L’ASCOLTO:

  1. Mendelssohn-Bartholdy, Concerto per violino in mi minore op. 64

https://www.youtube.com/watch?v=ZwW4oruwyJU

[Philadelphia Orchestra, Direttore: Eugene Ormandy, Solista: Isaac Stern, 1958]